Aldo Bottoli divulga

Aldo Bottoli, B&B Colordesign, docente presso Accademia di Belle Arti di Macerata.

 

Per comunicare e negoziare è necessario quello che i linguisti chiamano un “terreno comune”, una 

base sostanzialmente condivisa di conoscenze che funga da piattaforma per l’interazione. Condizione 

che si verifica normalmente all’interno dei vari gruppi sociali o tra le comunità scientifiche. Se le 

persone sanno normalmente condividere le esperienze con altre persone, non è così tra le persone 

e le macchine, perché queste sono molto diverse e condividono tra loro così poco da non avere 

niente che possa costituire un terreno comune. Al contrario, non ci meraviglia il fatto che le macchine 

comunichino fra loro, ma questo avviene solo perché i loro progettisti investono molto tempo ed 

energie per assicurarsi che tutte le informazioni, che è necessario condividere per garantire una co- 

municazione efficiente, vengano effettivamente condivise. 

Tra gli uomini e l’ambiente costruito non ci dovrebbe essere la medesima attenzione riservata alle 

macchine nella ricerca delle migliori condizioni di interfaccia? Perché anche nell’architettura non si 

cerca di realizzare quello che gli ingegneri chiamano “handshaking” (letteralmente “stretta di mano”)? 

Non è facile rispondere; è però un dato di fatto che in gran parte dell’edilizia contemporanea e so- 

prattutto negli ambienti pubblici manchi un terreno comune di riferimento per l’uomo. Questo stato 

di cose preclude sia la possibilità di una facile interazione con lo spazio (muoversi e operare è molto 

frequentemente difficile), sia la possibilità di una facile relazione fra le persone.  Forse prevale il 

fatto che, essendo l’uomo molto plastico e adattabile, si presume impari e si adegui facilmente alle 

condizioni ambientali nelle quali si trova a vivere e lavorare senza subire particolari disagi, perdite 

di efficienza o abbassamento dell’attenzione. Evidentemente non è così viste le alte percentuali di 

patologie causate dalle condizioni ambientali o il grande numero di incidenti sul lavoro causati da 

disattenzione. 

Le interazioni tra architettura e design nella città storica e contemporanea e all’interno degli spazi 

abitati sono indubbiamente difficili; si potrebbe citare la frase “dal cucchiaio alla città” riferita a un 

modo di concepire il progetto che si è lasciato sfuggire il vero senso unitario enunciato nei titoli. 

Se, per quanto riguarda gli oggetti, il mondo del progetto e della produzione ha saputo proporre so- 

luzioni molto efficaci e raffinate in grado di aumentare la qualità della vita delle persone, così non 

è stato fatto per la città, dove lo stacco tra spazi pubblici e privati è molto evidente, nella qualità dei 

cosidetti arredi urbani, nella forma e distribuione delle case di abitazione, dove fatti, funzioni, servizi 

si elidono a vicenda. A questo si aggiunge la scarsa consapevolezza del diritto al paesaggio del cit- 

tadino. Queste mancanze di qualità sono imputabili a molteplici fattori e a più parti, ma anche se 

difficilmente analizzabili e affrontabili, non per questo possono essere lasciate in disparte dal mondo 

del progetto. Al di là di lungimiranti pianificazioni urbane, per la verità troppo poche in Italia, e di 

significativi interventi architettonici di riconosciuta efficacia, il generalizzato fare edilizia appare oggi 

per lo più condizionato a un’egoistica e miope prassi di scambio e sfruttamento dei suoli, oppure, 

nel migliore dei casi, ispirato ai soli aspetti statici, tecnologici e normativi che, nella sostanza, ignorano 

la complessità dei fenomeni percettivi. 

Lo spazio urbano può garantire la dignità dei suoi cittadini solo se è capace di darsi, attraverso l’archi- 

tettura, spazi di relazione, forme, segni e simboli, capaci di rappresentarli riproponendo quei temi collettivi 

condivisi e per questo fonte di identità, che già dal medioevo le città europee erano state capaci di espri- 

mere in forme, dimensioni e qualità sorprendenti per le risorse di cui disponevano. Come Marco Romano 

bene descrive nel suo libro “La città come opera d’arte” – Giulio Einaudi Editore. Vi sono però anche 

autorevoli voci che propongono forme più articolate di progetto. L’urbanista che parla di fioriere, di edi- 

cole e di bar, di passeggiate nel verde e di panchine, l’urbanista che scende dal suo altissimo scranno, 

che smette di considerare la città fatta di standard, volumi e assi prospettici e si mette ad osservare i 

gesti delle persone che la abitano è il segno di una nuova disponibilità all’ascolto, la speranza che si 

possa dismettere un poco l’edilizia della quantità per fare spazio a una architettura di qualità.

 

L’ergonomia, nata come guida per la progettazione dell’interfaccia uomo-macchina negli anni quaranta 

e per scopi bellici, solo dagli anni novanta ha iniziato a non dare per scontato il ruolo dell’ambiente 

fisico e di relazione come importante “cornice di riferimento” comportamentale, aggiungendo al 

progetto dell’interfaccia, basato su aspetti antropometrici, il progetto dell’interazione basato sugli 

aspetti emozionali e culturali. 

Invece di ambiente protesico, chiamiamolo ambiente biologico oppure polisensoriale o semplicemente 

ambiente esplicito, ma consideriamolo come fondamentale scena all’interno della quale avvengono i 

fatti. Compito del perception design sarà quello di rendere questa scena coerente e armonica, im- 

piegando gli strumenti di analisi olistica che l’ergonomia più evoluta propone. 

 

 

 

Olismo rischia di essere una parola vuota se non è supportato da conoscenze e se non è praticato attraverso forme corali di progetto. Il design e il perception design possono essere occasioni di incontro e confronto utili.

A questo punto risulta chiaro che, pur affrontando il fenomeno percettivo come un atto fortemente influenzato dalla visione, intendiamo uscire dalla gabbia di un progettare asservito ai valori di un’ergonomia meramente antropometrica oppure a categorie valutative di carattere prevalentemente estetico, approccio confermato anche dai recenti studi di Semir Zeki. Avvertendo la necessità di integrare maggiormente saperi umanistici e scientifici, il neuroscienziato propone la definizione di una nuova disciplina che chiama neuroestetica. Con questo approccio si prefigge di apprendere dalle discipline umanistiche aspetti della percezione dai quali ricavare nuovi esperimenti volti a studiare le basi neurali della creatività applicata all’arte e alla sua fruizione. 

Ritengo che i suoi studi e questa nuova disciplina possano risultare utili oltre che al mondo dell’arte, anche ad accrescere la qualità estetica del paesaggio quotidiano, perché l’estetica non è un fatto che riguarda solo l’arte, ma la vita tutta dell’uomo. Con una importante considerazione da fare: se l’arte può fare a meno della bellezza, la vita dell’uomo no. Ogni essere umano si muove verso la bellezza della quale ha bisogno come dell’aria, sia che venga avvertita come richiesta biologica, sia come fattore culturale. 

 

 

Nella progettazione per l’uomo facilmente commettiamo grossolani errori di valutazione. Nel definire 

oggetti e spazi di vita tendiamo a dimenticare quanto sia stata lunga la strada dell’evoluzione e come 

tutti i nostri organi di senso si siano conformati molto lentamente in condizioni ambientali molto di- 

verse da quelle odierne. Insomma risulta ancora utile soffermarsi sul fatto che l’uomo non ha sempre 

abitato dentro case riscaldate e illuminate come le conosciamo. Non dimentichiamo, per esempio, 

che in Italia, oggi fra i paesi più sviluppati e con la maggiore densità di autoveicoli al mondo, fino 

agli anni quaranta il mezzo di locomozione più usato era la bicicletta, le strade comunali erano quasi 

tutte “bianche”, le comunicazioni avvenivano come nell’ottocento, la televisione non esisteva e nelle 

scuole si scriveva con l’inchiostro e i pennini. Le distanze che in giornata si potevano coprire erano 

di poche centinaia di chilometri e le notizie viaggiavano con giorni di ritardo e, infine, che la mag- 

giore parte di ciò che conosciamo è stato scoperto al lume di candela, nel silenzio di paesaggi naturali 

o fra altrettanto silenziose e spesse mura di pietra o mattoni. 

Ma se di questo nostro passato molto prossimo a volte dimentichiamo colpevolmente molto, del 

nostro passato remoto conosciamo pochissimo. All’inizio del 2006 la rivista Science ha inserito questa 

fra le venticinque sfide più importanti che ci attendono nel nuovo secolo: spiegare come l’evoluzione 

possa aver generato, in un periodo fra i 150.000 e i 45.000 anni fa, quella che i ricercatori chiamano 

“mente moderna”, cioè l’insieme di attitudini e di facoltà mentali superiori che ci inducono ad avere 

capacità astrattiva, intelligenza simbolica, immaginazione, senso estetico, sentimenti morali, com- 

prensione degli stati d’animo altrui, strategie intenzionali, inganno e autoinganno. In sostanza ciò 

che ci rende davvero “umani”. Queste caratteristiche appaiono ancora più straordinarie se pensiamo 

che quasi il 99% del DNA è comune agli esseri umani e agli scimpanzé. Nei prossimi anni sarà cer- 

tamente una scoperta di grande fascino quella che spiegherà come sia possibile che soltanto l’1% del 

DNA possa generare due primati così differenti. Due considerazioni a riguardo. La prima: se si con- 

sidera una delle maggiori sfide del prossimo secolo spiegare l’evoluzione umana, ne deriva che sap- 

piamo ancora veramente molto poco anche dell’evoluzione della “mente moderna”. La seconda è 

conseguente e riguarda il fatto che per progettare bene per l’uomo dovremo ancora studiare molto, 

avvicinare competenze non tradizionalmente legate al mondo del progetto e, probabilmente, “recarci 

nella notte dei tempi” per trovare motivi e radici dei comportamenti attuali. 

Nell’estate del 2006 un ulteriore punto della storia dei sapiens incomincia a essere decifrato; è stata 

annunciata la scoperta di una regione di DNA umano evolutasi molto rapidamente rispetto alla re- 

gione analoga degli scimpanzé: come era prevedibile, essa è connessa allo sviluppo neurale della 

corteccia frontale, la parte del cervello coinvolta nei processi di apprendimento e di ragionamento. 

Non si spaventino gli estimatori del mistero, con questa ulteriore importante scoperta, non è tutto 

spiegato anzi, è ben difficile supporre che il gene Fox-P2 sia tutto ciò di cui abbiamo bisogno per 

capire il linguaggio umano. Tutti i ricercatori sono concordi nel sostenere che il tracciato neurale di 

un artista mentre dipinge non ci spieghi ancora molto di cosa sia un’opera d’arte e neppure un’altra 

delle recenti scoperte, quella dei neuroni specchio, pur permettendoci di capire meglio come rea- 

giamo a chi ci sta di fronte non ci spiega molto, per esempio, sul perché dell'attrazione che proviamo 

per una narrazione coinvolgente. Insomma anche con queste nuove informazioni non è ancora tolto 

nulla alla magia che scaturisce dal fare o dall’osservare un'opera d’arte. 

L’homo sapiens, staccatosi dalle scimmie antropomorfe intorno a 6-7 milioni di anni fa, ha condiviso 

il pianeta Terra fino a circa 30.000 anni fa (una soglia piuttosto vicina a noi), con almeno altre due 

specie potenzialmente o compiutamente umane: l’Homo neanderthalensis in Europa e in Medio 

Oriente, sopravvissuto intorno a Gibilterra fino a 25.000 anni fa e l’Homo floresiensis, nell’arcipelago 

indonesiano, con il quale ha “convissuto”, pare, fino a circa 18.000/12.000 anni fa, quando in Medio 

Oriente stavano già per fiorire le prime società urbane e in cinque regioni del globo i sapiens ini- 

ziavano a coltivare la terra. Difficile per noi avere una chiara consapevolezza della misura di queste 

distanze temporali, ma una cosa è ormai chiara, siamo animali molto antichi e attraverso questi studi 

è possibile arricchire e orientare utilmente il nostro progetto. 

 

Modalità sensoriali formate lentamente durante tutta l’evoluzione dell’uomo ci mettono in relazione 

con l’ambiente circostante attivando una complessa esperienza fisica e psichica. Lo fanno soprattutto 

attraverso una “fisicità” sensibile in particolare alla distanza prossima, a un vicino più vicino, il toc- 

cabile, il rilevabile, tutto ciò che i nostri sensi possono meglio avvertire direttamente senza mediazioni 

attivandosi e collaborando fra loro. E’ da riferirsi a questa modalità di fare esperienza attuata con- 

giuntamente dai sensi, che è derivata la capacità, assegnata allo sguardo, di valutare a distanza e 

quasi di “palpare” tutte le superfici che entrano nel campo visivo. Da questo modo di fare esperienza 

si genera una “solida architettura della mente” costruita sulla continua trasduzione tra gli stimoli fi- 

siologici e psicologici e viceversa. Una costruzione talmente vincolante che nessuna astrazione può 

trovare spazio nella nostra mente se non deriva dalla nostra esperienza sensoriale. 

Per questa continua, profonda e stretta relazione con il contesto, dobbiamo considerare l’ambiente 

che attraversiamo o nel quale viviamo e le relazioni che intessiamo, come fattori coinvolgenti capaci 

di influenzare la qualità della nostra vita.  Di conseguenza, la qualità delle superfici, i loro accosta- 

menti, la coerenza tra apparenza e contatto fisico saranno aspetti da valutare sempre più attentamente 

nel progetto di oggetti e spazi. In caso contrario, si potrà ancora incorrere nell’errore di assegnare 

alle superfici caratteristiche ritenute sufficienti perché esteticamente valide, ma che potranno risultare 

incoerenti rispetto a ciò che biologicamente comunicano. Materiali, colore, opacità, tessitura, attra- 

verso la vista, anticipano le sensazioni che ci attendiamo da esse e la loro efficacia è rigidamente 

connessa all’esperienza biologica. 

...

 
 
 
 

 


Contatti

Giulio Bertagna


www.bebcolordesign.it


348.4447244


 

Professional experience:

 

From 1973, devoted myself mainly to interior design, working with several furniture showrooms. I opened my own business of interior design in 1975.

I participated actively in the AIPi membership, Italian Association of Interior Architecture in Milan, of which I was Vice President from 1982 to 1984. I was the AIPi representative at international conferences of interior architecture in Madrid (1982) and Hamburg (1983). I was a member of the AIPi Executive Committee for eight years.

After several experiences within the product and graphic design, which was particularly important in the conscious use of color, I devoted myself since 1984 to this issue as a researcher and consultant. I did research on the criteria necessary for the use of color in different projects. This criteria based on electromagnetic interactions of light with the neuro-psycho-physiologic system.

I introduced and developed the "applied chromatology" as a new method for the design of color and perception, complementing the classical culture of artistic and philosophical investigation with emphasis on physics, neurophysiology, psychophysics of vision and psychophysiology.

I performed many experiments to test color inductions on physiological reactions of human beings. To compliment and consolidate my studies, I’am recognoised by several authoritative figures in the field of optical physics, psychophysics, neurophysiology and of the scientific research on perception and color.

 

In 1992 I prepared for Italian Railways, the color project, then realized, for the railway viaduct in Recco (Ge), the first case in Europe. In 1993, I addressed the theme of the visual environment with the first "Perceptive redevelopment plan" for Iplom refinery in Busalla (Genoa) which was to be followed, in 2000, by the "General plan of perception redevelopment", laying the groundwork for new attention and sustainable solutions for the environmental impact of industrial development.

In 1995 I was commissioned by The Fiat Auto group for research on the color of the car habitat, to optimize driver comfort and psychophysiological conditions.

I collaborated on the color project of the new Punto and of the Multipla. During my research, I developed the theme of "biological perceptibility" and introduced new concepts to guide the perception project, where the brain phenomenon of color is closely related.

 

In 1997 I organised "ColorShow", a system of educational entertainment on color (Saiedue'97 in Bologna and Farbe 2000 in Cologne) together with Aldo Bottoli with which, in the meantime, we founded B&B Color Design ( Giulio Bertagna, Aldo Bottoli & Partners), located in Biassono (MB) near Milan.

B&B Color Design involved creating cultural centers of excellence for applied research on chromatic and perceptive projects, renamed "Perception Design".

In 2003, we founded Osservatorio Colore Paesaggio in Genoa, still active as an Itinerant Research Center that collaborates with various faculties of architecture and design.

The second research center was inaugurated in Lissone in November 2009 and deals with perception in the interior design for collective use such as hospitals, nursing homes, schools, communities in general, public offices. Osservatorio Colore Paesaggio is administered by the Fondazione Colore Liguria, our Osservatorio Colore Interni (interior color design) in Lissone, is administered by the Fondazione Colore Brianza (www.osservatoriocolore.it)

 

Teaching

 

Former professor of Perception and Color at the Scuola Politecnica di Design (SPD Milan) and at the Institute of Architecture and Design (ISAD Milan) and after many lectures as visiting professor, since the academic year 2002/03 I was Lecturer in Perception and Colour at the Politecnico di Milano, Faculty of Design where I taught for six years.

 

Lectures, conferences, articles, essays

 

I write articles about color on architecture and design trade journals; have lectured at the Academy of Krakow Jana Matejki Wzornictwa and Przemyslowego Institute of Industrial Design in Warsaw. Perform training courses organized by Polidesign, University Consortium Politecnico di Milano. Speaker at International Congress in May 2008 "The hospital of the third millennium" in Alba (Cuneo), introducing the new design concept of "perception design" in therapeutic areas.

 

As a researcher I am engaged, with my colleague Aldo Bottoli, in the disclosure of a new culture of Color Project dedicated to designers and architects. Scientific, methodological and procedural research on the environmental perception design is the area of my interest and expertise.

 

In December 2009 I published my first essay: "Perception Design" with Aldo Bottoli, edited by Maggioli Publisher, targeted primarily at professional and academic education.

 

Education and training:

 

My early training was divided between humanities and technology, followed by the Faculty of Architecture in Milan and then I went on to study in France under the expert training of an interior architect; after the necessary studies and after reaching the level of education and training, in 1984 I passed the state examination at the Office Professionnel de Qualification des Architectes d'Intérieur in Paris, earning the title of architecte d'interieur (Directorate of Architecture and Heritage of the French Ministry of Culture).

I’am a member of the Conseil Français des Architectes d’Intérieur (CFAI).

Since 1984 I dedicated myself to the research on the perception design, finding encouragement and guidance of eminent personalities from academia. To date I have built approximately 27 years of research and experience on the topic of color and perception design with a scientific approach approved by academics, professionals,and many industries in Europe. I have been supervisor for two thesis degrees in interior design for the color-perception project of a kindergarten and long-distance ferries.

 

 

Principal subjects / occupational skills covered:

 

Graphic and pictorial representation of architecture, interior design, color as a scientific subject related to physics, neurophysiology, psychophysiology and psychophysics of vision. Color projects concerning redevelopment plans of first and second world war buildings, road infrastructure and technological services, large commercial buildings and industrial plants. Perception design projects for the humanization of schools, hospitals and places of collective activity.

 

Advice for identifying colors and folder organization samples for large manufacturing companies. Color perception and consulting for the automotive and design in general.

 

 

Main references:

 

Companies:

Fiat Auto | Ferrovie dello Stato | Akzo Nobel | MaxMeyer - Duco | Mondo | Genova Acque | Erg | Iplom | Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale | Ospedale San Bortolo di Vicenza| Ospedale San Martino di Genova | Comex Group Mexixo | Nuovo Ospedale di Alba-Bra di Verduno (Cn)...

 

Municipalities and Province:

Municipality of Genoa | Municipality of Milan | Municipality of Vasto | Municipality of Chiavari | Municipality of Rapallo | Municipality of Rozzano | Municipality of Amalfi | Municipality of Gattinara | Municipality of Tremezzo | Municipality of Cucciago | Municipality of Menaggio | Municipality of Pieve Ligure | Municipality of Ne | Municipality of Monza | Municipality of Lissone...

Province of Vercelli| Province of Monza e Brianza...

 

 

More information:

Professional subscriptions, tasks and roles

 

CFAI, Conseil Français des Architectes d’Intérieur, Paris.

Member of the Centro Interdipartimentale Colore e Arte, Dip. di Psicologia Generale, Padova.

BEF/IACC, European Association of Colour Designers, Geneva.

Professor of Perception and Color, Faculty of Design, Department of Politecnico di Milano Indigo.

Scientific Director and Project Monitoring of Color Observatory.